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SMARTLa rivoluzione del lavoro intelligente, di Domenico De Masi, Marsilio, Venezia, 202o, pp. 678, € 24,00.

All'inizio del 2020 pare che solo 570 mila italiani lavorassero in smart working. Ai primi di marzo, con l'isolamento imposto dal Covid-19, sono improvvisamente diventati 8 milioni. Che cosa è successo nel frattempo, e che cosa avverrà in futuro? Quali sono i motivi che finora hanno impedito il diffondersi di una modalità di lavoro più produttiva, ecologica, meno costosa e stressante? E come cambierà, sul lungo periodo, la nostra routine quotidiana finora scandita dall'alternanza tra ufficio e tempo libero? Per rispondere a queste domande urgenti e radicali Domenico De Masi, il maggiore studioso e teorico italiano dello smart working, ha messo a frutto quarant'anni di esperienze e ricerche nel settore e, durante i mesi del lockdown, ha coordinato un'indagine a tutto campo, giungendo alla conclusione che quello in atto sia solo l'inizio di un processo che vedrà rivoluzionato non solo il tempo e il luogo del lavoro, ma il suo significato, il suo contenuto e il suo ruolo.

Con il contributo di imprenditori, manager, accademici e ricercatori, ripercorrendo il cammino che ha portato dalla bottega rinascimentale alla rivoluzione digitale, De Masi restituisce un'immagine aggiornata della realtà quotidiana di milioni di lavoratori, e offre gli strumenti per capire quanto dovrà fare l'Italia per adeguarsi ai tempi che evolvono.
Con i contributi di Pietro Abate, Marco Bentivogli, Federico Butera, Francesco Caio, Luca De Biase, Giordano Fatali, Donata Francescato, Umberto Romagnoli, Elisabetta Romano, Chiara Saraceno, Luisa Todini.

RecensioniLa lumaca costruisce il suo guscio aggiungendo pazientemente, una dopo l’altra, spire sempre più larghe, racconta il sociologo Domenico De Masi per spiegare il momento in cui viviamo, con la pandemia che sovverte i paradigmi su cui avevamo costruito lavoro e vita. «Giunta a un certo punto si rende conto istintivamente che, se aggiungesse anche una sola spira, il guscio diventerebbe così pesante da superare la forza fisica necessaria per trasportarlo. Allora la lumaca inverte la marcia e comincia a costruire spire sempre più strette, conferendo al suo guscio la bella forma che ci è nota» scrive il sociologo nel libro Smart working. La rivoluzione del lavoro intelligente che esce per Marsilio. Ma quali erano le spire di troppo che ci eravamo caricati addosso prima che arrivasse un virus ad aprirci gli occhi? All’inizio del 2020 pare che solo 570mila italiani lavorassero in smart working. Ai primi di marzo, con l’isolamento imposto da Covid-19, sono improvvisamente diventati 8 milioni. Non era possibile adottare prima questo modello organizzativo che permette di conciliare vita e lavoro, che libera creatività e che aumenta la produttività delle aziende del 15-20%? Nelle quasi 700 pagine del libro, De Masi delinea non solo la storia dello smart working inteso come lavoro intelligente, agile ma anche gli attriti che hanno impedito sinora l’affermazione di questo modello organizzativo da decenni più adatto ai cambiamenti del lavoro intellettuale e dell’economia.
Poi il docente emerito di Sociologia del lavoro all’Università La Sapienza guarda avanti, chiedendosi come cambierà il lavoro. Chiama in aiuto, intervistandoli, una serie di esperti: Pietro Abate, Marco Bentivogli, Federico Butera, Francesco Caio, Luca De Biase, Giordano Fatali, Donata Francescato, Umberto Romagnoli, Elisabetta Romano, Chiara Saraceno, Luisa Todini. A loro ha posto domande cruciali per sapere quali conseguenze avrà il progresso tecnologico sul lavoro e sul suo mercato, se lo smart working provocherà la fine di alcuni posti di lavoro e/o la nascita di altri, in che misura nella pubblica amministrazione il processo di sostituzione degli analogici con i digitali continuerà ad essere lento. E tante altre ancora quante sono le incognite che ci aspettano. Le resistenze, mette in guardia De Masi saranno molte. «Una volta cessata la pandemia … 600-800 mila capi trescheranno in tutti i modi per riportare i dipendenti dentro il recinto aziendale e per ripristinare tutta la propria morbosa podestà». Ma la lumaca ha ormai invertito la marcia.
(Alessia Maccaferri, Il Sole 24 Ore, 22 ottobre 2020)

Il lavoro “agile” da remoto può favorire la liberazione, come afferma il sociologo Domenico De Masi nel suo ultimo libro “Smart working” La rivoluzione del lavoro intelligente, Edito da Marsilio Nodi. Attraverso un’accurata indagine svolta proprio nel periodo del lockdown, giunge alla conclusione che «quello in atto sia solo l’inizio di un processo che vedrà rivoluzionato non solo il tempo e il luogo del lavoro, ma il suo significato, il suo contenuto e il suo ruolo». E si chiede: «Quali sono i motivi che finora hanno impedito il diffondersi di una modalità di lavoro più produttiva, ecologica, meno costosa e stressante?». Sarà interessante scoprirlo.
(DilettaCapissi, https://www.optimagazine.com/2020/10/22/il-lavoro-agile-e-piu-ecologico-e-ci-stressa-di-meno-cosa-ne-pensate/1961304).

L’incipit: Smart significa intelligente. Il luogo e l’orario in cui si lavora non bastano per rendere intelligente un lavoro. Però aiutano. Un lavoro, per essere intelligente, deve produrre cose e idee intelligenti in modo intelligente. Lo smart working riguarda il modo, il come, non il cosa. È già un passo avanti, ma non è tutto.
Da più parti si sente dire che il telelavoro e soprattutto lo smart working sono una nuova filosofia manageriale. Questo libro vorrebbe rendere esplicita tale filosofia considerando i pochi frutti concreti che essa ha dato e i molti che potrebbe dare. La tesi esposta da cui esso parte è semplicissima.
Per millenni, fino alla metà del Settecento, i contadini gli artigiani rappresentavano più del 70 per cento della popolazione attiva e le forme rappresentative del lavoro erano la fattoria, la bottega e lo studio del professionista. Durante la fase industriale, dalla metà del settecento alla metà del Novecento, i manovali e gli operai hanno rappresentato il 70 per cento delle forze di lavoro e le forme più rappresentative dell’attività umana sono state le fabbriche e l’ufficio. Nella società postindustriale, quella che noi stiamo vivendo dalla metà del Novecento in poi, gli impiegati, i manager, i professionisti rappresentano il 70 per cento dei lavoratori e la forma più rappresentativa della loro attività è lo smart working. Come il passaggio dal lavoro nelle botteghe a quello nelle fabbriche richiese alcuni decenni, così il passaggio dal lavoro negli uffici allo smart working richiederà ancora del tempo, ma la pandemia del coronavirus ha inaspettatamente accelerato il processo, che proseguiva con lentezza eccessiva a causa di un tenace rifiuto delle aziende e delle pubbliche amministrazioni.

L’autore: Domenico De Masi docente emerito di Sociologia del lavoro all’Università La Sapienza di Roma e già preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione presso lo stesso ateneo. Svolge attività di consulenza per organizzazioni pubbliche e private. È autore di numerosi saggi riguardanti la società postindustriale e la sociologia del lavoro. Con Marsilio ha pubblicato Lavoro 2025. Il futuro dell’occupazione (e della disoccupazione) (2017) e L’età dell’erranza. Il turismo del prossimo decennio (2018).

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