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La scuola serve a vivere meglio, non a produrre di più
(Nando Cianci)

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Scuolaslow è una piazza nella quale incontrarsi, discutere, raccontare le riflessioni, le esperienze, le pratiche intrecciate con l'idea di una scuola slow, vale a dire sottratta...

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SEGUI IL TUO DEMONEIl libro:Guardano il cielo stellato ma non si meravigliano, sono angosciati dall’esistenza ma non sono tragici, elaborano ricette ma non redigono nuove tavole della legge, parlano di tutto ma non di noi. I contemporanei non ci sono attuali. Sono i classici i competenti in umanità e i maestri di saggezza: con i loro precetti – obbedire al tempo, seguire il demone, conoscere se stessinon eccedere, conoscere la natura – ci soccorrono nel rispondere alla domanda di Agostino: «Tu chi sei?». Sono i classici che, liberandoci dalla saturazione e dalle spire del presente, ci ricollegano alla memoria dei trapassati e ci interpellano sulla responsabilità verso i nascituri, rendendoci partecipi di quella grande comunità – res publica maior la chiamava Seneca – che ci precede e ci eccede. Il libro spinge questa riflessione fino ai nostri giorni. Intercetta le domande dei giovani, abitati da una divorante ansia di verità e chiamati a una missione supplementare e difficile: arrivati in un mondo fatto su misura per i loro padri, devono costruirne uno per loro stessi e per i loro figli. Torna così attuale l’invito che Max Weber, echeggiando la saggezza classica, rivolse ai giovani nei giorni segnati dalle macerie della prima guerra mondiale. Alla loro domanda: «Professore, cosa dobbiamo fare?», rispose semplicemente: «Ognuno segua il demone che tiene i fili della sua vita».

La recensione: Guardare all’indietro alla ricerca di tempi che non siano caratterizzati dalle nebulosità e dalle imperfezioni che scorgiamo nell’oggi è atteggiamento presente nella nostra cultura almeno da Cicerone (o tempora, o mores!) e da Orazio che considera naturale negli anziani l’attitudine ad essere un laudator temporis acti. Ma, naturalmente, il guardare al passato non rappresenta di per sé un nostalgico ritrarsi dal presente. Se al passato si sa guardare come a cosa viva. Come fa Ivano Dionigi in questo fecondo volume appena pubblicato da Laterza.
Apertosi con una professione di sfiducia verso i contemporanei, il libro vuole in realtà condurre ad un presente vissuto con consapevolezza ed apertura. Anche sapendo che la domanda di senso, che resta in noi al di là del soddisfacimento di ogni appetito e bisogno, non avrà mai una risposta. Ma resta una domanda vitale, che la compagnia dei classici ci aiuta a formulare. Perché proprio in questo risiede la loro funzione fondamentale e non nel darci «risposte chiuse e tanto meno consolatorie». Naturalmente, data la levatura dell’autore, nel libro non si sfiora nemmeno l’esaltazione acritica della tradizione, che pure è un patrimonio prezioso per «capire il nostro panorama storico, culturale e linguistico». Né a pulsioni conservatrici, perché i classici non sono al servizio del potere, ma, al contrario, da essi ci difendono, allontanandoci dal conformismo sul quale il potere fa affidamento per controllare le menti e dalla banalizzazione del quotidiano che ci preclude gli orizzonti: «L’attualità dei classici consiste nella loro radicale inattualità: ci interessano e ci appassionano perché sono lontani e diversi da noi; perché valgono come resistenza culturale e antidoto etico per i nostri giorni segnati dal morbo della semplificazione».
La ricchezza alla quale possiamo attingere tramite la loro frequentazione ci viene mostrata attraverso la discussione dei quattro “precetti” in cui Cicerone sintetizza la saggezza classica. Il primo è quello di obbedire al tempo (tempori parere), con il quale l’uomo è in «dissidio ineludibile», che si può fare non solo «adattandosi» ad esso e alle circostanze che esso declina, ma anche, come voleva Seneca, conquistando la sapienza che rende più forti degli eventi esterni. Il che, però, non elude la questione di fondo che lega il tempo alla morte, attraverso la quale Dionigi ci conduce.
Le altre basi di discussione sono: seguire il demone (sequi deum), conoscere se stessi (se noscere) e non eccedere (nihil nimis). Tutti vanno inscritti in un quinto precetto, anch’esso desunto da Cicerone, che è anche propedeutico per la comprensione degli altri quattro: conoscere la natura. Con il che, detto di passaggio ma non troppo, si sfatano due convincimenti fallaci che hanno resistito a lungo: «l’assenza – se non addirittura la negazione – dell’interesse per la scienza da parte dell’antichità classica e la contrapposizione tra cultura umanistica e cultura scientifica». E si riafferma, per converso, «che la visione della natura come base e unità del sapere è all’origine della nostra cultura». Anche qui il percorso attraverso il quale l’autore ci guida è lungo e ricco di fascino, e trova un punto centrale nel Prometeo incatenato di Eschilo per poi sfociare nell’avvento della politica, la cui necessità, dopo il dono della tecnica agli uomini, viene messa in luce nel Protagora di Platone. E che impregnerà tutta la classicità: «Nell’antichità tutto era politica: la politica stava all’uomo classico come l’acqua sta al pesce, l’istinto alla bestia, il tempo all’uomo». L’attualità di questa riflessione si manifesta in modo chiaro e distinto oggi, quando l’individuo tende a sopraffare il cittadino.
Di quanto profonda sia la lezione che ci viene dai classici, e di come egli magistralmente l’abbia appresa e sappia indicarci la strada per avvicinarsi ad essi, Dionigi ci dà ulteriore testimonianza nel congedo che appone al volume. Qui lo sguardo del professore si rivolge alla scuola e all’avvenire che essa può aiutare a costruire. E la fiducia è riposta soprattutto ai giovani, considerato i pasticci che la generazione precedente ha combinato, retrocedendo i ragazzi alla definizione mortificante di “capitale umano”, scommettendo sulla triade di “inglese, internet, impresa” contrapposta senza ragione all’altra di “intelligere, interrogare e invenire. Istituendo contrapposizioni senza senso: «Non ho mai capito la rovinosa alternativa per cui l’inglese e l’informatica, oppure l’educazione alla cittadinanza e alla salute debbano sostituire e non piuttosto integrare altre discipline come il latino e il greco, il diritto e l’economia, la storia e la statistica». La speranza, dunque, viene risposta nella freschezza e nella vitalità dei giovani ai quali viene altresì affidati il senso e la vita della classicità: «A voi spetta invenire: il diritto di “inventare” il novum, l’inatteso, il mai visto, il mai sperimentato; ma anche il dovere di “dissotterrare” il notum dei padri, della storia, della tradizione». Un compito di cui saranno altezza se ognuno saprà seguire il proprio demone. (Nando Cianci)                                                                                                         

L’incipit: «Blaterano ma sono muti», direbbe Agostino (Confessioni, 1, 4, 4). I contemporanei non ci sono attuali. Guardano il cielo stellato ma non ci meravigliano, sono angosciati dall’esistenza ma non sono tragici, si sottopongono a tutti i test ma non si chiedono se la vita sia finis o transitus, elaborano ricette ma non redigono nuove tavole della legge, parlano di tutto ma non di noi. Il demone della modernità non ci è amico Ludwig Wittgenstein nel 1921 scriveva nel suo Tractatus: «Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande della scienza abbiano avuto una risposta, i nostri problemi vitali non sono stati neppure toccati. Certo allora non resta più domanda alcuna: e appunto questa è la risposta». Quasi con identiche parole un decennio dopo torna la stessa considerazione nella riflessione di Ernst R. Curtius: «Supponiamo che il progresso sociale e scientifico abbia raggiunto il suo massimo scopo […] Tutti i problemi tecnici sono risolti, solo una cosa manca ancora: il senso dell’esistenza umana […] Allora gli uomini capiranno che perfino in presenza del completo soddisfacimento dei loro bisogni le domande di senso restano senza risposta».
In questa domanda inevasa, in questo anello mancante, in questo
clinamen imprevedibile i classici si aprono un varco e ci dicono con Osip
Mandel'štam che sono incompiuti e che «devono ancora essere». È come se una parte del passato ammutolito o interrotto chiedesse di essere ascoltata e ripristinata. In questa apertura interrogante sta il miracolo dei classici.
Recita il libro dei Proverbi (30, 18 sg.): «Tre cose sono troppo ardue per me, / anzi quattro che non comprendo affatto: / la via dell’aquila nel cielo, / la via del serpente nella roccia, / la via della nave in alto mare, / la via dell’uomo in una giovane donna». Ognuno ha la sua cosa ardua da comprendere. La mia è l’immutata resistenza dei classici, la loro capacità, dopo oltre venticinque secoli, di affascinare (delectare), istruire (docere). Mobilitare le coscienze (movere); di andare diritti al cuore dei problemi e delle persone tutte: esperti e profani, colti e incolti, vecchi e giovani. Quando li leggo, leggo in me stesso. In loro trovo le parole che vorrei, perché sono i grandi competenti in umanità.

 L’autore: Ivano Dionigi, latinista, è presidente della Pontificia Accademia di Latinità e del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea e direttore del Centro Studi “La permanenza del classico” dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, di cui è stato rettore dal 2009 al 2015. Tra i suoi ultimi libri: Il presente non basta. La lezione del latino (Mondadori 2016); Osa sapereContro la paura e l’ignoranza (Solferino 2019); Parole che allungano la vita. Pensieri per il nostro tempo (Raffaello Cortina Editore 2020); Quando la vita vi viene a trovare (Laterza 2020).

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