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FORESTAIl furore dell'identità 
di Maurizio Bettini,
il Mulino
, Bologna, 2020, pp. 176, € 14,00.

«Non sei della tribù. Hai sbagliato foresta»: due icastici versi di Giorgio Caproni, l’epigrafe ideale per i nostri anni ossessionati dall’identità. Identità culturale, nazionale, regionale, gastronomica, padana, veneta, catalana… ormai sembriamo preoccupati solo di stabilire chi appartiene alla tribù e chi no, chi deve stare nella nostra foresta e chi andarsene, chi è «noi» e chi è «loro», angosciati dalla nostra identità da affermare, da difendere in quanto paurosamente minacciata dal proprio declino. Le nuove parole d’ordine sono delimitare, escludere e soprattutto «rimettere a posto» i diversi, per vincere la ripugnanza suscitata dal «disordine» che essi sembrano introdurre. Questo libro passa in rassegna i misfatti del furore identitario nella nostra conversazione culturale, dall’atteggiamento verso i migranti e i rom all’ossessione per la purezza, persino alla moda dei tatuaggi. Una guida alla nostra foresta, un filo per uscirne.

C’è una parola che assunto una presenza ricorrente nei discorsi ben intenzionati di chi si oppone alla riduzione delle culture dei luoghi e dei popoli in un piatto pensiero unico globalizzato: identità. Ma è una parola che non è riuscita a liberarsi dal carico di ambiguità che la storia vi ha messo sopra: quanti massacri etnici sono stati compiuti in suo nome (Rwanda, ex Jugoslavia, India, in molti altri posti del mondo). Quanti deserti culturali hanno lasciato dietro di sé fondamentalismi che considerano sacra la propria identità e pericoli, minacce, nido del male le identità altrui.

Le recensioni:

[…]Fra le ossessioni che caratterizzano il dibattito culturale (e politico) odierno c’è proprio, secondo Bettini, questa smania di stabilire chi è della (propria) tribù e chi no, chi ha azzeccato e chi ha sbagliato foresta – posto che, sembrava dire Caproni, in ogni foresta chiunque è inevitabilmente portato a perdersi –, avendo come fine più o meno dichiarato quello dell’esclusione coatta di chi viene considerato diverso, di un mantenimento pervicace della propria identità che sfocia nell’abbandono di ogni dialogo con l’alterità. In questo senso, il libro di Maurizio Bettini più che un saggio è un testo militante, quasi un pamphlet, sicuramente una presa di posizione polemica rispetto a quelle teorie più o meno fondate che, inneggiando a vario titolo all’identità, danno adito a continui massacri, stragi, azioni terroristiche e violenze d’ogni tipo. Di conseguenza, più che soffermarsi sui complessi meccanismi socio-antropologici di costituzione dell’identità e sui continui processi di trasformazione e ibridazione, su cui esistono già innumerevoli volumi (da Lévi-Strauss a Ricoeur, da Sahlins a Remotti), Bettini preferisce decostruire i discorsi identitari e i loro esiti pragmatici, le argomentazioni dei fanatici della conformità culturale e le loro conseguenze psico-sociali. […]
Gianfranco Marrone https://www.doppiozero.com/materiali/il-furore-dellidentita

L’agile volume di Bettini prende le mosse da un verso di Caproni (“Non sei della tribù / Hai sbagliato foresta”) per trattare i temi dell’identità, della separazione e del confine. E lo fa prendendo spunto dalla cronaca, dall’attualità politica e da questioni socio-culturali sensibili (immigrazione, orientamenti sessuali, ibridazioni alimentari, tatuaggi, teorie complottiste, lo storytelling della mediosfera, etc.) nonché stabilendo costanti e pertinenti raffronti con il mondo classico.
L’autore non nasconde la propria insofferenza verso i cosiddetti sovranisti le cui posizioni egli cerca di smontare appellandosi alla conoscenza storica, al rigore logico, al mondo classico e al buon senso. Ma Bettini sostiene altresì che l’immigrazione “non è una festa come vorrebbe certa retorica giuliva del gioioso incontro di culture”.
Chi non è a digiuno di nozioni di psicologia sociale e di antropologia non troverà sempre trattazioni del tutto originali (come ad es. quelle che si snodano attorno alle coppie concettuali di pregiudizio/stereotipo, puro/impuro, stessità/alterità, ordine/disordine); tuttavia il testo rappresenta una buona lettura di carattere divulgativo, piacevole e istruttiva, che abbiamo apprezzato soprattutto per il richiamo puntuale e costante agli autori e ai testi della cultura antica (operazione che tra l’altro l’autore aveva già compiuto nel suo precedente lavoro Homo Sum: essere umani nel mondo antico).
https://illettorefurioso.wordpress.com/2021/01/11/maurizio-bettini-hai-sbagliato-foresta-il-furore-dellidentita-il-mulino-2020/

[…] Gli attrezzi teorici con cui Bettini analizza la patologia identitaria provengono da un lato da quello che chiamerei il suo istinto filologico, dall’altro dal suo sguardo antropologico rivolto agli oggetti simbolici, affinato in studi fondamentali dedicati ai miti greci.
Filologia e antropologia – e qui sta l’originalità del libro – consentono a Bettini di smascherare le bugie identitarie che spesso reclamano nobili discendenze da antiche tradizioni nazionali. […]
la difesa sacrale della propria foresta allontana la minaccia dell’impurità di cui è portatore l’alieno in quanto alieno. Ed è proprio la purezza l’indicatore più evidente di una paura del diverso che ha nella costruzione del nemico e nella sua distruzione la sua più compiuta espressione. Con sorvegliata ironia Bettini esibisce la palese inconsistenza delle pseudo-argomentazioni identitarie che affiorano sempre più numerose nei discorsi della politica e nelle performance clownesche che li accompagnano.
[…] Ma come si può smontare l’ideologia identitaria e invertire la tendenza politica e di costume che si è affermata con adesioni sempre più elevate in questi ultimi anni? Bettini suggerisce una strada che se diventasse un contenuto prioritario della formazione scolastica sarebbe l’antidoto più efficace al fanatismo identitario: quella di un sano relativismo che consenta di pensare la differenza non come un limite invalicabile ma come un’opportunità di arricchimento.
[…]Il breve ma denso libro di Maurizio Bettini, come si conviene a una scrittura militante, cita fatti, episodi, figure della politica e della società di questi anni che si sono resi protagonisti della diffusione del verbo identitario. Ne ricostruisce la genesi, avanza ipotesi che fanno riflettere. […]
Roberto Gilodi, il manifesto, 3 /1/2021

L’incipit: Immaginiamo che la cultura in cui siamo immersi corrisponda, in qualche misura a una continua conversazione general. Ci accorgeremo facilmente che, così come accade nel parlare quotidiano, anche nel discorso culturale ricorrono alcune sfere, o meglio bolle lessicali, che per la loro frequenza emergono su tutte le altre: ad esempio quelle che si riferiscono alla rete e ai social, alle vicende della politica, ai prezzi e al costo della vita in genere (la parola «euro» è di gran lunga la più ricorrente nel parlare comune), al clima e ai suoi cambiamenti, e poi al calcio… Fra queste bolle lessicali che emergono, spesso scoppiettando, dalla nostra comune conversazione culturale, ce n’è una però che ci interessa in modo particolare: quella che fa capo alla cosiddetta identità. Le sue forme sono molteplici: si va dall’identità culturale (o peggio ancora etnica), nazionale, regionale, territoriale, linguistica, gastronomica ovvero culinaria, perfino canina, fino a quella italiana, padana, veneta, friulana, tirolese e così via; salvo che, allargando appena l’orizzonte fuori dai nostri confini, incontriamo subito l’identità austriaca, quella catalana, quella serba (assai malfamata), quella “québecquoise”, quella wallonia (con ovvia e contrapposta identità fiamminga) – e di seguito articolando, alla maniera di un cristallo che, ruotando sotto un raggio di sole, continua a rivelare le proprie molteplici sfaccettature. Se Freud parlava di analisi interminabile, e Umberto co di semiosi illimitata, oggi siamo piuttosto immersi in un processo di identità inesauribile. Da molti anni a questa parte, in effetti, nel nostro paese, ma anche altrove, non si parla d’altro, soprattutto nel discorso politico e in quello dei media. Tanto che, mentre svolgevo queste riflessioni, mi è tornata in mente una quartina di Giorgio Caproni che si intitola Cabaletta dello stregone benevolo:

Non chieder più.
Nulla per te qui resta.
Non sei della tribù.
Hai sbagliato foresta.

Ecco, non saprei dire se come stregoni siamo benevoli o no (penserei comunque di no). In ogni caso sembriamo ormai solo preoccupati di stabilire chi appartiene alla tribù e chi no, sempre ansiosi di dire s qualcun altro «che ha sbagliato foresta», con il logico corollario che deve smetterla di accampare pretese su un territorio – il «nostro» - che non gli appartiene.

L’autore: Maurizio Bettini, classicista e scrittore, è professore di Filologia classica dell’Università di Siena. È autore di romanzi e racconti e collabora alle pagine culturali di Repubblica. Per il Mulino dirige la collana «Antropologia del mondo antico» e ha fra l’altro pubblicato Elogio del politeismo (2014), Radici (2016), Il grande racconto dei miti classici (nuova ed. 2018), Viaggio nella terra dei sogni (2017), Dai Romani a noi (con F. Prescendi e D. Morresi, 2019), Ridere degli dèi, ridere con gli dèi. L’umorismo teologico (con M. Raveri e F. Remotti, 2020).

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