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NOSTALGIA

Antropologia di un sentimento del presente, di Vito Teti, Marietti 1820, Torino, 2020, pp. 296, € 20,00.

Il libro: La nostalgia è il sentimento che, forse più di altri, ha accompagnato l’origine, lo sviluppo e l’affermazione del mondo moderno. Classificata come fissazione patologica o attitudine retrospettiva che frena ogni cambiamento, è stata liquidata in modo frettoloso per occultare l’insostenibile pesantezza del tempo presente. Tra pandemie e rischi climatici, dolore e speranza, la nostalgia ritorna ostinatamente a offrirsi come àncora di salvezza, strategia, risorsa, elemento creativo capace di misurarsi con il passato e di delineare possibili itinerari per il futuro. In modo paradossale essa si trasforma così da malattia legata al rapporto con i luoghi, desiderio di altrove e di tempi sconosciuti, in meravigliosa macchina del tempo che agisce come terapia della modernità criticandone i presupposti, le ingenuità e le menzogne. Capace di intercettare il pensiero apocalittico e quello utopico, di collocarsi dalla parte degli sconfitti e degli emarginati, la nostalgia mostra in questo modo anche un aspetto sovversivo che riconsidera potenzialità inespresse e vie mai percorse da un’umanità che non può più semplicemente sperare nelle proprie «magnifiche sorti e progressive».


La recensione: La nostalgia soffre di una lunga storia di emarginazione. È stata spesso letta come rifugio interiore e improduttivo di anime non propense ad affrontare il cambiamento, cioè la condizione naturale dell’uomo e del mondo, che perennemente si rinnovano e fanno esperienze nuove. Creando, così, continue difficoltà di adattamento ai viventi. È stata vista, anche, come espressione di un velleitarismo che vorrebbe fermare il tempo, o addirittura riportarlo indietro verso momenti e stagioni che lo sguardo retrospettivo mitizza e depura dalla durezza che presentavano quando realmente accadevano. Insomma: roba per anime deboli o smarrite che, non sapendo trovare la bussola nel tempo presente, la immaginano con l’ago rivolto verso un passato ormai tramontato.
Certo, la nostalgia mal si addice alla frenesia produttivistica e all’ansia del consumare il tempo e i prodotti dell’oggi per averne subito a disposizione di nuovi. Non ha cittadinanza nella società liquida, che assegna anche ai valori e alle forme di relazioni la durata dello spazio di un mattino.
Ma, nonostante questa nomea negativa che – per svariate vicende – trascina con sé nel senso comune, la nostalgia molto ci ha dato accompagnando «l’origine, lo svilupparsi, l’affermarsi dell’universo moderno», rappresentando insieme la patologia e «la terapia di un universo che correva e prosperava fino a non accorgersi che stava arrivando sul limite del baratro, a fine corsa». È un terreno insidioso, poiché può spingere alla lacerazione dell’individuo, tra il presente e un passato generico e spaesante, e alla stasi della società. Ma è, al contempo, un terreno che non si può eludere per capire come siamo arrivare a correre oggi il rischio di autodistruzione dell’umanità, per capire tutto quello che – in sentimenti, emozioni, saperi – abbiamo costruito e poi cancellato in preda alla folle corsa che impone di “superare” tutto ciò che incontriamo e tutto ciò che ci precede. Diviene, così, anche un richiamo alla modestia e fragilità della condizione umana e un antidoto alla cieca presunzione del nostro genere che si erge immotivatamente a dominatore dell’universo.
Il libro prende le mosse da questa funzione chiarificatrice e, a suo modo, propositiva della nostalgia, che si carica presto di significati complessi incontrando la figura mitica di Ulisse. È l’inizio di un lungo percorso che si inoltra per molti sentieri dell’umanità, nei quali passato e presente (ma anche futuro) si intrecciano, come il tema stesso richiede per chi sappia guardarvi senza le lenti deformanti di un “passatismo” sterile. Sentieri che portano tutti alla modernità, dalla quale l’autore non espunge temi che solo in apparenza sembrano essere tramontati, come ad esempio quello del culto dei defunti, che ci viene presentato con tutta la sua pregnanza intrisa di mito, tradizione, storia e modernità, nella quale trova cittadinanza anche attraverso il complesso tema dei sogni, del loro racconto e della loro interpretazione. Così il rapporto tra vivi e defunti si scrolla di dosso ogni paura e aiuta a non tenere nascoste le proprie ombre.
Per molti atri temi ci conduce l’autore, che eleva costantemente questo aspetto dell’umano sentire alla dimensione in cui esso viene vissuto nelle comunità e, perciò, alla sua dimensione politica. Sfera nella quale trova posto, ad esempio, l’etnicizzazione della malinconia come fenomeno meridionale, con le sue croci e le sue possibilità di essere preludio a cammini nuovi. O, anche, lo sguardo al valore della stessa malinconia come «una delle dimensione affettive dell’azione politica», che «segue, come un’ombra, i passi della rivoluzione. Grande rimossa nelle epoche trionfalistiche del socialismo, tradizione nascosta dei vinti essa rimane invece una dimensione da scoprire». Destinata ad esserci compagna nella incertezza e nella fragilità del cammino umano, aiutandoci a lenire le intime e pubbliche lacerazioni, ad addolcire l’andare indietro, a dare al presente una realtà nell’animo, a immaginare un futuro.
Con un lungo e paziente lavoro, l’autore si racconta in trasparenza e, nello stesso tempo, non viene meno al pudore di cui la cultura da cui proviene è intrisa. E questo felice incontro si realizza attraverso un altro: narrare tutto in una sorta di dimensione magica che, però, non abbandona mai una tangibile concretezza e un solido fondamento storico. Anche il paesaggio è rivissuto nell’unione di queste dimensioni: stradine, piazze e orti animanti sembrano appartenere ad un ambiente lontano come un sogno, ma risuonano ancora di voci e rumori cosparsi di colori ed odori.
Questa unità di dimensioni apparentemente distanti tra loro è resa possibile dal fatto che in questo libro, come in tutti gli altri di Vito Teti, c’è una sapienza derivante dalla sua tenacia di ricercatore e dalla sua esperienza di vita dalla quale non lo ha mai disgiunta, dalla vastità delle sue letture e dalla sua felicità di scrittura.
Non si sminuisce certo lo spessore teorico dei suoi scritti, perciò, dicendo che i suoi libi sono innanzitutto belli da leggere. E danno un piacere che resta tale anche quando si accompagna alla nostalgia.                                                                                                                                                (Nando Cianci)

L’incipit: Nelle notti lunghe e insonni, quando tornano tutti i miei defunti e rivedo i volti e le storie delle persone amate, incontrate e conosciute e provo a immaginare come sarà domani – perché domani ci sarà, comunque – apro le Confessioni di sant’Agostino. Forse questo libro non mi ha aiutato nella mia sempre agognata e cercata conversione, ma mi ha insegnato a vivere diversamente, a interrogarmi sul mio rapporto con il tempo e con gli altri. La lezione essenziale e decisiva delle Confessioni è che quando scrivi – sia di finzione che di saggistica, sia lettere che email, sia di getto che in maniera accurata, sia flusso che con tanti ripensamenti – l’unica cosa che non puoi fare è mentire a te stesso. Puoi, certo, mentire agli altri, puoi essere insincero, puoi scrivere con artificio cose in cui non credi; ma non puoi raccontarti menzogne, bugie, non puoi nascondere quello che senti e quello che provi: il lettore se ne accorgerebbe più di quanto tu possa immaginare, ma soprattutto tu, sapendolo, comprometteresti l’opinione che hai di te stesso. Nel mio piccolo, nella mia irrilevanza di autore, in un libro sula nostalgia, faccio quindi la mia confessione in apertura del libro.
Sono nostalgico. La nostalgia non è il sentimento degli anziani ma, come avrei letto in seguito, comincia da bambino, forse già appena nasci, quando abbandoni l’acqua dell’utero o quando ti stacchi dal seno di mamma. Quella sensazione-emozione-sentimento-desiderio che poi avrei sentito definire come “nostalgia” appartiene al mio vissuto fi da piccolo.
Avevo nostalgia di mio padre che era in Canada, nostalgia della ruga della Cutura, la casa dei nonni materni, quando la abbandonammo per tornare alla casa paterna della Papa: un breve viaggio fatto mille volte mi provocava un
algos più stringente e opprimente di quello di Ulisse. La nostalgia aveva il volto dei compagni di scuola che partivano a centinaia e anche di quell’altrove chiamato Toronto che era un doppio del mio paese di origine e da dove, dopo le lettere di mio padre tra cui quella con la sua foto di quando era ammalato, arrivavano le missive struggenti di Vincenzo che mi chiedeva notizie del paese, dei compagni, di me, dell’origano, dei profumi e dei colori.
Nei pomeriggi d’estate, dalla strada e dagli orti arrivavano i rumori dei compagni. Li distinguevo chiaramente fra le voci delle donne che chiamavano i figli piccoli, quelle degli uomini che tornavano con gli asini dalle campagne e quelle degli ambulanti che vendevano la loro merce. Il paese aveva i suoi suoni e i suoi colori, che ti abituavi a riconoscere fin dall’infanzia.

L’autore: Vito Teti è professore ordinario di Antropologia culturale all’Università della Calabria, dove dirige il Centro Demoantropologico “R. Lombardi Satriani”. Tra le sue pubblicazioni: Maledetto Sud (Einaudi 2013); Pietre di pane. Un’antropologia del restare (Quodlibet 2014); Fine pasto. Il cibo che verrà (Einaudi 2015); Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni (Donzelli 2017); Il vampiro e la melanconia. Miti, storie, immaginazioni (Donzelli 2018); Il colore del cibo. Geografia, mito e realtà dell’alimentazione mediterranea (Meltemi 2019); Prevedere l’imprevedibile. Presente passato e futuro in tempo di coronavirus (Donzelli 2020).

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