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PievaniGuida per apocalittici perplessi, di Telmo Pievani, il Mulino, Bologna, nuova ed. 2022, pp.184, € 12,00.

Il libro
Colossali ecatombi del passato hanno più volte segnato un nuovo inizio per altre forme di vita. La «catastrofe», la resa dei conti finale con la storia, ci affascina da sempre. Soddisfa bisogni psicologici magnificamente rappresentati nell’immaginario classico della fine del mondo vista come catarsi risolutiva, punizione, vendetta. Attraverso le parole chiave dell’attesa – apocalisse, disastro, nemesi, estinzione – queste pagine piene di ironia ci propongono un messaggio positivo di umiltà evoluzionistica e di accettazione della contingenza della vita sulla Terra, per decidere che cosa fare quando anche questa volta il mondo non sarà finito

Le recensioni
A cimentarsi in un’ermeneutica dell’Apocalisse sono stati, nel corso dei secoli, fior di luminari tra scienziati, teologi, poeti e comici. Quest’ultimi, eminenti signori dell’improbabile, presentano la cornice meno pallosa ed indigesta, finanche la più accettabile in termini di equità, attesa l’intrinseca capacità che ha l’umorismo fantasmagorico di trovare sempre e comunque la quadra (Douglas Adams e Paolo Villaggio docent). Ma perché l’uomo è stato sempre ossessionato dalla fine del mondo? Perché, soprattutto, ha immaginato una forma così aulica per la frantumazione dell’Universo? Telmo Pievani, con elegante disamina, ci permette di rispondere a queste domande attraverso alcune formidabili parole chiave in cui sono suddivisi i cinque capitoli di questo interessante libro: Catastrofe, Disastro, Nemesi, Estinzione, Apocalisse, declinati in chiave evoluzionistica. […]
A chiare lettere Pievani prova a spiegarci, per rispondere ai quesiti posti all’inizio, che il fascino per la catastrofe deriva dal tentativo di dissimulare la paura di scomparire per sempre, di sublimare la consapevolezza della nostra finitudine, la non necessarietà in questo mondo, che cozza profondamente con il nostro narcisismo di creature che non accettano di essere quello che sono (per dirla con Sartre). E prova anche a smontare quei residuati di redde rationem legati alla fine del mondo che tanto appassionano gli apocalittici mistici e i profeti di sventura (e correlati affaristi del grande business della catastrofe). A capirne il senso profondo “La fine del mondo” è una vera pietra tombale ad ogni velleitaria teleologia tipica dell’homo religiosus, con un finale mozzafiato che si risolve in un temperato tragico ottimismo.

(Stefano Marullo, https://www.uaar.it/libri/fine-mondo/)

Catastrofe / Disastro / Nemesi / Estinzione / Apocalisse: queste sono le parole chiave che Telmo Pievani prende in esame. Parole che rimandano tutte simultaneamente a un evento distruttivo e catartico, in grado di concludere un “qualcosa” – una specie, un determinato ambiente naturale, un periodo storico, ecc. – e creare così le condizioni per un nuovo inizio. Pievani passa in rassegna un elenco piuttosto nutrito di profezie che non si sono realizzate, di pandemie che poi si sono rivelate meno virulente e mortifere delle epidemie influenzali stagionali, di terremoti e maremoti epocali che hanno fatto gridare al castigo morale e alla incipiente e purificatrice fine del mondo. Ma il suo obiettivo non è quello di trattare con arguzia questi fenomeni, quanto piuttosto di sottolinearne il sostrato, per così dire, metafisico. Un elemento sul quale insiste a più riprese è, difatti, il carattere assolutamente – e aggiungerei inevitabilmente – autocentrato dell’uomo, peculiarità che lo porta a interpretare ogni cosa in funzione delle sue esigenze e dei suoi progetti. In altre parole: l’uomo ha da sempre manifestato la tendenza a considerare i fatti naturali come dotati di un senso preciso che lo chiama direttamente in causa. Non riesce perciò ad accettare che la natura non è una divinità capricciosa che castiga o premia a seconda delle azioni compiute, ma è, al contrario, un neutrale campo di relazioni che include tutti gli uomini e che ha una sua storia, e in quanto tale non ascolta né invocazioni né maledizioni. […]
(Ciro Incoronato, http://www.scienzaefilosofia.com/?portfolio=telmo-pievani-la-fine-del-mondo-guida-per-apocalittici-perplessi-il-mulino-bologna-2012-pp-185-e-15)

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L’incipit
Il più grande spettacolo dopo il Big bang cominciò senza preavviso. In un’epoca primordiale che nessuno ricorda, un bolide roccioso di dieci chilometri di diametro si affacciò dallo spazio profondo e piombò in mezzo a mare, al largo della costa dello Yucatan. Una scia di fuoco illuminò ogni cosa. Fu come se milioni di bombe atomiche scoppiassero in un sol colpo, deflagrando nella più potente esplosione di tutti i tempi. In un battito di ciglia un’enorme palla di luce, più incandescente del Sole, vaporizzò l’oceano, aprendosi un cratere di 180 km. di larghezza nella crosta terrestre. La superfice del pianeta si increspò e il fronte sismico fece più volte il giro del globo, innescando terremoti in ogni dove. L’onda d’urto si propagò a 30 km al secondo radendo al suolo in pochi attimi un’area grande come il Nord America. Tsunami colossali si alzarono per centinaia di metri, si misero a correre in tutte le direzioni e nelle ore successive si abbatterono sulle coste fino in Europa e in Africa. Le correnti d’aria impazzite fomentarono enormi uragani. L’atmosfera fu squarciata dall’alto e centinaia di trilioni di roccia fusa furono scagliati di rimbalzo nei suoi strati più esterni. I cieli si addensarono di rosso fulvo, di fuliggine e cenere. Ben presto le polveri velenose impregnarono l’aria. […]
Nulla fu mai come prima. Più della metà delle specie, di ogni ordine e fattezze, dal plancton al dinosauro, non sopravvisse alla maledizione piovuta dal cosmo. Perché il mondo tornasse a respirare, ci vollero migliaia, forse milioni, di anni.

 L’autore
Telmo Pievani insegna Filosofia delle scienze biologiche nell’Università di Padova. Con il Mulino ha pubblicato anche Teoria dell’evoluzione (nuva ed. 2017).

 

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Grande studio (ambizione) degli uomini mentre sono immaturi, è di  parere uomini fatti, e quando sono uomini fatti, di parere immaturi.   
 
(G. Leopardi, Zibaldone, 16. Settem. 1832).

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