Novità
Scuola Slow è anche su Twitter (https://twitter.com/Scuolaslow) e su Facebook (https://www.facebook.com/scuola.slow)
![]()
La scuola serve a vivere meglio, non a produrre di più
(Nando Cianci)
Cos'è Scuolaslow
Scuolaslow è una piazza nella quale incontrarsi, discutere, raccontare le riflessioni, le esperienze, le pratiche intrecciate con l'idea di una scuola slow, vale a dire sottratta...
Il Rinascimento, di Giuseppe Patota, Laterza Bari-Roma, pp. 384, € 24,00.
Le recensioni: Dopo il primo volume dedicato alla triade dei fondatori della tradizione letteraria italiana (Dante, Petrarca e Boccaccio), questo nuovo libro presenta un’altra triade, rappresentativa della fase più luminosa del Rinascimento italiano, quella del primo Cinquecento: Pietro Bembo, Ludovico Ariosto e Niccolò Machiavelli sono convocati quali esemplari rappresentanti di un’epoca in cui l’italiano letterario raggiunse una vera maturità, dando una compiuta lettura del proprio passato (è quanto fanno le Prose del Bembo) e ponendo le basi per il proprio futuro di lingua poetica fantastica – è la formula del Furioso – e di prosa capace d’una serrata, inesorabile forza argomentativa – come accade nel Machiavelli.
Il libro di Patota è particolarmente utile agli apprendisti avanzati nel campo della storia della lingua, ma riserva gradevoli sorprese anche a chi non deve solo studiare, ma insegnare e far apprezzare, ad esempio a un pubblico di giovani riottosi, una Grande bellezza che spesso si percepisce, ma non si riesce a spiegare convenientemente nella lettura dei classici.
Laicità, progresso e nazione nel primo Novecento, di Giorgio Chiosso, il Mulino, Bologna, pp. 304, € 22,00.
Il libro: L’affievolirsi delle “granitiche certezze” del positivismo e il dibattito sul ruolo e la “natura” della scienza alimentarono, a cavallo tra Ottocento e Novecento, un crogiuolo di studi e riflessioni che investirono, insieme, il mondo culturale e quello politico. Il dibattito non poteva, ovviamente, escludere la funzione della scuola, vista come strumento principe per elevare il livello culturale della popolazione da poco riunificata in un unico regno, dove l’analfabetismo era condizione diffusa e maggioritaria. Un giovane stato che aveva, inoltre, la necessità di formare una classe dirigente all’altezza delle mutate condizioni politiche, culturali ed economiche dei tempi. Compito, quest’ultimo, anch’esso ricadente tra quelli generalmente attribuiti alla scuola.
Una visione del mondo in dieci idee, di Marcello Veneziani, Marsilio, Venezia, pp. 304, € 18,00.
Le recensioni: «Intorno al diecimila avanti Cristo i nostri antenati cacciatori/raccoglitori incominciarono a stanziarsi in villaggi di pescatori, allevare animali, coltivare il grano e difendere il territorio circoscritto da una recinzione avviando un’idea di organizzazione perfezionatasi con lo sviluppo della scrittura, che tramandò su pietre o rotoli i nomi degli dei, i miti e le leggi della comunità. Gli dei — ogni civiltà ebbe i propri, ma sono comparabili — possono essere interpretati come archetipi che sintetizzano identità, leggi, usi, costumi di queste società stanziali e che indicano i limiti invalicabili della conoscenza e delle applicazioni tecniche, oltre i quali c’è la hybris, ovvero la tracotante sfida degli uomini all’infinito. La domanda che l’ultimo libro di Marcello Veneziani innesca è questa: con quale allegra inconsapevolezza la società contemporanea ha abbandonato questo tipo di sviluppo umano iniziato 12 mila anni fa? [...]
Il libro: Ci si deve rassegnare al cinismo spicciolo del «ciascuno per sé e Dio per tutti»? O, per uscire, dalle secche dell’individualismo esasperato occorre affidarsi alle ali dell’utopia e volare verso ciò che appare irrealizzabile? Né l’una né l’altra strada ci porterebbe lontano. Anzi è proprio dall’alleanza fra queste due visioni, apparentemente così lontane, della politica che nascono le conseguenze poco confortanti che sono sotto gli occhi di tutti. A questa «poco virtuosa alleanza» reagisce nel suo nuovo libro Paolo Pombeni, seguendo un percorso che è anche il personale bilancio di un intellettuale che ha attraversato la lunga transizione, ancora in corso, avviatasi con la rivolta giovanile del ’68, che ha messo a nudo la corrosione dei pilastri del vecchio ordine e il decadimento al quale essi erano destinati.
Come le parole hanno paralizzato la politica, di Giuseppe Antonelli, Laterza, Bari-Roma, pp. 128, € 10,00
Il libro: Nata nell’antica Grecia come dottrina e pratica del vivere degli uomini in comunità, presentata miticamente da Platone come dono di Zeus ai mortali per porre termine all’insipienza e alla violenza nella vita pubblica, la politica -proprio in quanto inerente alle relazioni umane- è stata sempre indissolubilmente legata al linguaggio. A partire, per l’appunto, dalla Grecia, dove veniva vissuta in modo molto più crudo dell’idea “alta” che generalmente ne abbiamo, ma che ci diede i termini ancora oggi sparsi per il mondo (democrazia, monarchia, aristocrazia), per transitare a Roma, a cui dobbiamo la parola dittatura, per quanto nata con un significato diverso da quello che in seguito rappresentò, e via via -attraversare epoche, pensatori, forme statali che ne hanno segnato e arricchito il cammino. Alla elaborazione dottrinale e alla pratica reale si sono accompagnate anche corrispondenti retoriche, attraverso le quali le élite comunicavano con sudditi, cittadini, elettori.





